“God is an astronaut” di Salvatore Vivenzio e Chiara Raimondi

“God is an astronaut” è il secondo, ambizioso, progetto a fumetti del collettivo La Stanza. In sole quattro pagine c’è il tentativo di mostrare un racconto epico ed assoluto. Si tratta di una storia dalle molteplici facce : è una dichiarazione d’amore, un esercizio di stile, una storia senza testi ma piena di parole. “God is an astronaut” è la storia di come nacque il mondo, del primo uomo e del primo dio. E’ la nostra genesi personale. La risposta ad ogni domanda che concerne l’universo.
Troppe parole per una storia muta. “God in an astronaut” è scritto da Salvatore Vivenzio e disegnato (e colorato) da Chiara Raimondi.

“Il Comico” di Salvatore Vivenzio e Jacopo Maran

Un omaggio alla satira, da Bill Hicks a George Carlin. Immaginate di entrare in un teatro senza posti, tutto buio. Una luce soltanto si illumina ed un uomo sul palco inizia a parlare. La storia di un comico che, serata dopo serata, battuta dopo battuta, si avvicina sempre di più alla verità. L’attitudine alla critica sociale aumenta di pagina in pagina, fino a diventare fastidiosa. Una storia che si muove tra il palco e la realtà, tra verità e finzione, tra recita e vita. Dov’è il palco? Quali sono i confini che lo segnano? Dove sono gli spettatori? Chi è a ridere? Assisterete a una rappresentazione tragicomica, surreale. Chi ha parlato? Chi è caduto? Il racconto di uno spettacolo pericoloso e della più efficiente delle censure. Spegnete i telefoni, fate silenzio. Si apre il sipario ed inizia lo spettacolo. Testi di Salvatore Vivenzio, disegni di Jacopo Maran, lettering di Gianluca Francesconi.

“La Madre” di Salvatore Vivenzio e Matteo Fantozzi

La madre prese la figlia per i capelli mentre sghignazzava. La bambina, con indosso solo una pallida veste bianca, iniziò a piangere a dirotto. I lunghi capelli biondi erano tesi dalla mano della donna fino al capo della piccola. Le lacrime le rigavano le guance mentre la donna nuda e gracile, dalle dita affusolate ed il corpo scheletrico, continuava a tirarle la chioma. La bambina cominciò a scalciare, a disperarsi, ad urlare. Nel frattempo la Madre rideva di un riso terrificante, assordante e infernale. <<Perché piangi, figlia mia?>> le chiese la Madre. Poi scoppiò a ridere, prima come un tuono, poi come quella pioggia sottile e fredda che sembra entrarti nella carne. Nella casa vuota e antica la risata risuonò, ancor più terribile. <<Perché non riesco a ridere>> rispose la bambina tra un singhiozzo e l’altro. Allora la madre, con le sue dita lunghe e taglienti, iniziò a cercare qualcosa alla cieca sul piano di un tavolino di legno lì vicino. Tra le difficoltà di quella camera buia trovò il coltello che cercava. <<Sorridi bambina, sorridi!>> urlò la madre, scoprendo i canini affilati. I suoi denti erano quasi tutti marci, la sua bocca putrida puzzava come un corpo in decomposizione. Aveva troppe rughe per la sua età. Nessuno avrebbe potuto dire quanti anni avesse, sarebbero stati sempre troppi o troppo pochi. I capelli bianchi le scendevano lungo il corpo stepposi come paglia. Gli occhi scuri luccicavano nel buio. Rise ancora in quel modo orripilante e la bambina seguitò a piangere. <<Io sono tua Madre. Sono la Madre. La Madre di tutte le cose!>> gridò ancora nella stanza buia. Strinse il coltello e lo portò lentamente alla gola della bambina che continuava a disperarsi, inerme. Spinse la lama sulla carne giovane, pallida, chiara, morbida e bella. Il sangue sgorgò, la lama entrò in profondità e si fece strada tra la carne e le membrane. La mano ferma della Madre non si quietò fin quando il corpo della bambina non si staccò dal suo capo. Il sangue zampillava e scorreva come da un tubo rotto o da un fiumiciattolo in piena. La testa della bambina, ancora contratta, continuava incredibilmente a piangere. La Madre si porto il coltello alla bocca e leccò il sangue del quale era sporco. Rise di nuovo, con quel rumore tremendo che solo il male poteva generare. << Ridi bambina, ridi! Io sono la Madre, la Madre di tutte le cose! Io sono l’incubo che divora il buio, sono il demone che divora il diavolo. Io sono tutto ciò che desideri e tutto ciò di cui hai paura. Io sono la più potente, io sono la più grande. Sono la Madre, sono la Disperazione!>> urlò al buio. Poi si sedette su di una seggiola di legno, con quella testa mozzata in grembo che continuava a piangere. Continuò ad accarezzarla mentre il suo sorriso diveniva triste e storto. Le aggiustava i capelli, le lisciava le guance. La guardava, stanca e triste, aspettando l’arrivo della notte. Aspettando che la notte andasse via. Seduta sulla sedia, ripeteva : <<Io sono la Madre. Io sono la Tristezza. Io sono la Disperazione. Io sono la Madre. Io sono ogni uomo e ciò che stringe a sé. Io sono ciò che meriti. Io sono la Malinconia, io sono la Disgrazia. E gli uomini mi pregano, pregano che non arrivi mai. Ma io giungo e li vedo piangere. Loro piangono ed io non capisco. Cosa mai ho fatto di male? Cosa hanno fatto loro di sbagliato?>> anche la Madre prese quindi a piangere. Nella giostra delle lacrime la notte arrivò e la notte passò, ma in realtà, tra il mondo degli uomini e quello del pianto, la notte rimase in eterno.

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Scritto da Salvatore Vivenzio, illustrato da Matteo Fantozzi.